
LA POSIZIONE DELLE MANI IN MEDITAZIONE
LE LETTURE DEL MATTINO
Condividiamo il breve brano "La posizione delle mani in meditazione" di Jon Kabat-Zinn tratto dal libro "Dovunque tu vada ci sei già"
Come forse avete già constatato dando anche solo un pizzico di attenzione in più, di attimo in attimo, all'attività della mente e del corpo, noi tendiamo a condurre una vita piuttosto frammentaria;
mi riferisco sia alla vita interiore come a quella nel mondo. E contribuiamo a questa frammentazione dimenticandoci temporaneamente chi siamo in realtà, nella nostra natura più profonda, e seguendo l'impulso a essere non come siamo ma come sono gli altri, o perfino come le nostre fantasticherie vorrebbero che fossimo. Dunque ci separiamo da noi stessi e ci frammentiamo per rincorrere chimere, spesso per anni o decenni di fila, e nel frattempo perdiamo di vista (o perfino ogni tanto tradiamo) la nostra vera natura, la padronanza di noi stessi, la bellezza di quello che siamo realmente, la nostra interezza non frammentata e non frammentabile. È un sintomo, questo, del nostro endemico stress e disagio a livello individuale e anche sociale. Forse questo nostro separarci da noi stessi è il conflitto di fondo; forse è questo il nocciolo di ogni conflitto.
La guarigione è un processo che comprende anche il riconoscimento della nostra integrità e il fermo rifiuto di lasciarci frammentare, anche quando la vita ci terrorizza o ci fa a pezzi. Alla fine, guarire significa venire a patti con le cose così come sono, invece di lottare per costringerle a essere come in passato o come vorremmo che fossero per sentirci sicuri o per farle andare «a modo nostro». Saki Santorelli, nel suo Heal Thy Self: Lessons on Mindfulness in Medicine (Guarisci te stesso: lezioni sulla consapevolezza nella medicina), afferma che guarire comporta sapere che qualcosa ci può mandare in pezzi eppure rimanere integri.
Emily Dickinson cattura in modo molto espressivo questo impulso innato a tagliar via alcune parti di noi stessi, a frammentarci di fronte alla paura, alle ferite:
Se possedessi l'arte di bandire
me da me stessa —
sarebbe la mia rocca inespugnabile
a ogni cuore umano —
Ma poiché sono io che assalto me —
come posso aver pace
se non sottomettendo
la coscienza?
E poiché una è sovrana dell'altra
può essere altrimenti
che abdicando
me — da me stessa?
Quanto spesso ci esiliamo volontariamente (ma inconsapevolmente) da noi stessi, abdichiamo alla nostra interezza e mettiamo in catene la nostra stessa coscienza e facoltà di sentire, il nostro stesso senso comune, la nostra stessa sovranità e le possibilità di vera guarigione, nella speranza di ottenere l'invulnerabilità, di proteggerci da ulteriori ferite, di ridurre il dolore che proviamo?
Che prezzo paghiamo per questa abdicazione? Ne vale la pena?
E se scegliessimo coraggiosamente di smettere di soggiogare la nostra coscienza? Anche solo per un momento?
Chi saremmo, allora?
Come ci sentiremmo, dentro?
Come agiremmo, fuori?

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