
LA CONSAPEVOLEZZA DELL'ORDINARIO E' LA NOSTRA PRATICA DI LIBERAZIONE
LE LETTURE DEL MATTINO
Condividiamo il breve brano "La consapevolezza dell'ordinario è la nostra pratica di liberazione" di Ajahn Sumedho tratto dal libro "Consapevolezza: la via al senza-morte"
La pratica di vipassanā invita a risvegliarsi all'ordinarietà: corpo,respiro, sensazioni quotidiane.Non serve attendere eventi straordinari; la consapevolezza nasce osservando ciò che è semplice e presente.
La nostra pratica ha per oggetto l'ordinario, perché lo diamo per scontato. Ora però portiamo la
nostra attenzione a tutte le cose che abbiamo dato per scontate e non abbiamo mai notato, come
la nostra mente e il nostro corpo. Perfino i medici esperti di fisiologia e anatomia non sono
realmente in contatto con il proprio corpo. Ci dormono insieme, ci sono nati insieme, invecchiano,
devono conviverci, nutrirlo, esercitarlo, eppure vi parleranno del fegato come di quella cosa che sta
sugli atlanti di anatomia. È più facile guardare un fegato disegnato che essere consapevoli del
proprio, non è vero? Sicché noi guardiamo il mondo come se in un certo senso non ne facessimo
parte, e ciò che è più ordinario, più comune, ci sfugge, interessati come siamo allo straordinario.
La televisione è lo straordinario. Alla televisione fanno ogni sorta di cose fantastiche avventurose e
romantiche. È un oggetto miracoloso, sul quale quindi è facile concentrarsi. Davanti alla TV è facile
restare ipnotizzati. Anche quando il corpo diventa straordinario – quando è molto malato o molto
dolorante o prova sensazioni esaltanti o meravigliose – allora sì che lo notiamo! Ma la semplice
pressione del piede destro sul terreno, il semplice movimento del respiro, la semplice sensazione
del corpo seduto sulla sedia quando non c'è nessuna sensazione estrema – è a questo tipo di
cose che ci risvegliamo.
Portiamo la nostra attenzione alle cose così come sono in un'esistenza ordinaria. Quando la vita
prende forme estreme, o straordinarie, ce la sappiamo cavare benissimo. Spesso i pacifisti e gli
obiettori di coscienza si sentono rivolgere la fatidica domanda: "Voi rifiutate la violenza; ma cosa
fareste se un maniaco aggredisse vostra madre?". Ecco un dilemma che non credo si sia posto
spesso alla maggior parte di noi! Non è il tipo di evento che capita di norma nella vita quotidiana.
Ma se una situazione così grave si dovesse verificare, sono sicuro che reagiremmo nella maniera
più opportuna. Anche il più tonto sa essere presente a se stesso in circostanze estreme. Ma nella
vita normale, quando non succede nulla di grave, come ora che siamo semplicemente seduti qui,
possiamo permetterci di essere completamente tonti, no?
Nel Pātimokkha (il codice che disciplina la condotta dei monaci buddhisti della tradizione
Theravada) si dice che il monaco non deve picchiare nessuno. Ecco allora che comincio a
preoccuparmi di cosa farei se un maniaco aggredisse mia madre. Ho creato un grosso problema
morale in una situazione ordinaria, mentre sono seduto qui e mia madre non è neppure presente.
In tutti questi anni nessun maniaco ha mai attentato all'incolumità di mia madre (diversamente
dagli automobilisti californiani!). Le grosse questioni morali si risolvono al momento e nel luogo
opportuni, a condizione che, adesso, siamo consapevoli di questo momento e di questo luogo.
Dunque stiamo portando l'attenzione sull'ordinarietà della nostra condizione umana; il corpo che
respira, camminare da un punto all'altro sul sentiero del jongrom, le sensazioni di piacere e dolore.
Nel corso del ritiro prendiamo in esame assolutamente tutto, lo osserviamo e lo conosciamo per
quello che è. Questa è la nostra pratica di vipassanâ: conoscere le cose così come sono, non in
base a una teoria o un assunto creati da noi».

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